Il governo dei piccoli passi rimane in balìa dell’Europa sulla ripresa

E’ ufficiale: per l’Italia non si riaprirà la procedura europea d’infrazione per deficit eccessivo, chiusa nel maggio scorso. Perciò al momento resta a disposizione un piccolo spazio di manovra (già contabilizzato, a dire il vero) nel bilancio, circa 3 miliardi da gestire nel prossimo anno. Qui però finiscono le buone notizie per il nostro paese. Perché se è vero che il rapporto deficit/pil si attesterà al 3 per cento nel 2013, secondo le stime di autunno rese note ieri dalla Commissione Ue, la crescita invece è più bassa di quella prevista dall’esecutivo.
5 NOV 13
Ultimo aggiornamento: 16:18 | 7 AGO 20
Immagine di Il governo dei piccoli passi rimane in balìa dell’Europa sulla ripresa
E’ ufficiale: per l’Italia non si riaprirà la procedura europea d’infrazione per deficit eccessivo, chiusa nel maggio scorso. Perciò al momento resta a disposizione un piccolo spazio di manovra (già contabilizzato, a dire il vero) nel bilancio, circa 3 miliardi da gestire nel prossimo anno. Qui però finiscono le buone notizie per il nostro paese. Perché se è vero che il rapporto deficit/pil si attesterà al 3 per cento nel 2013, secondo le stime di autunno rese note ieri dalla Commissione Ue, la crescita invece è più bassa di quella prevista dall’esecutivo. Dopo il calo dell’1,8 per cento nel 2013, il pil nel 2014 aumenterà solo dello 0,7 per cento, e non dell’1,1. La previsione di Bruxelles coincide con quella di due giorni fa dell’Istat, messa in discussione dall’esecutivo. Ieri il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, da Londra è tornato a precisare che la stima del governo “è basata su un modello econometrico in cui mettiamo tutti i dati a nostra disposizione, anche l’ammontare dei pagamenti fatti dalla pubblica amministrazione”.
La Commissione ha comunque rivisto al ribasso le stime della crescita complessiva dell’area euro (meno 0,4 nel 2013, più 1,1 nel 2014); mentre è ormai certo che Francia e Spagna non raggiungeranno gli obiettivi di risanamento fiscale che si erano prefissati. Né gli osservatori si fanno troppe illusioni sull’annuncio, fatto dal commissario Olli Rehn, per cui la settimana prossima si deciderà se avviare un’analisi approfondita sulla Germania e il suo esagerato surplus delle partite correnti (essenzialmente la differenza tra export e import). La settimana scorsa, su pressione del Tesoro statunitense, si era tornati a discutere di questo squilibrio made in Deutschland e della necessità che Berlino contribuisse all’aggiustamento in corso nell’Eurozona stimolando la domanda interna e aprendo di più il suo mercato domestico. Rehn ha messo in guardia da una discussione “politicamente motivata”, poi però ha ricordato che l’avanzo tedesco delle partite correnti supera la soglia-limite del 6 per cento ininterrottamente da 7 anni. Sarebbero sufficienti tre anni, secondo le nuove regole Ue, per far scattare l’allarme. Ora si vedrà se i codicilli brussellesi verranno fatti valere per i primi della classe.
Nel frattempo la Commissione è stata tutt’altro che ottimista sul credito bancario da cui dipende la maggior parte delle piccole e medie aziende europee. “Le differenze tra i tassi d’interesse sui prestiti alle imprese tra paesi come l’Italia o la Spagna e la Germania non hanno ancora cominciato a restingersi”, e perciò la distanza rimane “significativa”. Pure per questa ragione crescono le attese per ulteriori mosse della Banca centrale europea, forse già da domani, contro la “frammentazione” dei mercati finanziari. Non a caso il ministro dell’Economia Saccomanni, intervistato dal Financial Times, ieri puntava il dito sulle difficoltà italiane “nell’implementazione delle riforme”, ma soprattutto rivolgeva una lunga e nemmeno così velata richiesta d’aiuto all’ex superiore di Banca d’Italia, Draghi. L’euro troppo forte rispetto al dollaro, secondo il ministro, mette a rischio la ripresa: “Se capisco i mercati, essi vogliono vedere qualche azione concreta, forse prima della fine dell’anno”. Un taglio del costo del denaro o altre iniezioni di liquidità per le banche.

Lo spettro di Imu e Iva a Via XX Settembre
La Commissione Ue ha detto poi che il governo dovrà essere pronto a far scattare le “clausole di salvaguardia”, di fatto degli aumenti di tasse, se i conti non quadreranno nei prossimi mesi. Discorso tutt’altro che ipotetico, visto che ieri sera Saccomanni ha dichiarato: “Non sarà facile evitare la seconda rata dell’Imu, ma si può fare”. Parole che ricordano, in maniera un po’ sinistra, quelle che il ministro pronunciò alla vigilia dell’incremento dell’Iva dal 21 al 22 per cento, poi non sventato. Inoltre, proprio secondo i tecnici di Via XX Settembre, le vendite nel commercio peggiorano a causa di una diminuzione del potere d’acquisto e di un peggioramento della fiducia dei consumatori generati dall’inasprimento dell’imposta sul valore aggiunto, e “non è chiaro se sarà un effetto temporaneo o persistente nel tempo”.
A fronte della politica economica dei piccoli passi praticata dal governo Letta, ieri gli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sono tornati a invocare uno choc sviluppista sulla prima pagina del Corriere della Sera, con un editoriale intitolato “Forza, vendete (e giù le tasse)”. Dalla cessione di quote azionarie e immobili statali, secondo i due, si potrebbero trovare risorse pari al 21 per cento del pil, da usare come copertura di alleggerimenti fiscali. L’alternativa funesta, se non si vuole sperare sempre che qualcosa si muova fuori dall’Italia, resta quella di una “patrimoniale una tantum” per abbattere il debito pubblico.